Figli di due storie, figli di due paesi

Bambini stranieri in Italia, alcune osservazioni

dott.ssa Cristina Lorimer- Comete Firenze

I bambini sono in questo momento al centro di molte questioni importanti che ci pongono domande e problemi ormai ineludibili. Tralascio ora le problematiche sorte con ladozione internazionale, scelta generosa ma non sempre consapevole delle problematiche connesse: i bambini vengono catapultati improvvisamente in un mondo assolutamente nuovo e sconosciuto in cui le cornici di riferimento comportamentali e linguistiche, per loro, sono state improvvisamente modificate. Il disorientamento è tanto più forte quando per il desiderio di dare ai piccoli un presente ed un futuro sereni, si attua la cancellazione del passato. Un piccolo peruviano si ostinava a lavarsi di nascosto con una spazzola perché non capiva perché la sua mamma avesse la pelle chiara mentre lui era scuro e viveva questo fatto con un misto di angoscia e di vergogna. Bambini adottati già grandini hanno talvolta problemi psicologici ed è difficile chiedere ai genitori di vedere in questi anche delle cause legate alla provenienza da un altro paese. I genitori rifiutano lesperienza di diversità che il figlio vive attraverso il colore della pelle. Esiste peraltro anche il caso opposto in cui qualsiasi problema relazionale viene etichettato come problema razziale. Una coppia di esasperati genitori di una ragazza africana di sedici anni diceva : “Vuoi tornare dalla tua gente in Africa?”. La ragazza era stata adottata neonata.

I bambini inseriti nelle scuole italiane

  • molti di essi vivono la funzione di ponte tra due lingue, tra due culture. Spesso hanno appreso e conoscono la lingua meglio dei loro genitori ponendosi così in una posizione di maggiore competenza. Tocca a loro tradurre alla madre i giudizi sul rendimento scolastico e le informazioni sulle richieste della scuola. Il ruolo è difficile ed imbarazzanti per gli adulti coinvolti e dà al bambino un autorità ed un potere pesante causando lo spostamento della piramide familiare. Non sono più i genitori i garanti ed i custodi delle regole del vivere civile perché il nuovo contesto chiede talvolta cose diverse rispetto a quanto ha tramandato la tradizione dei paesi di appartenenza. Sono i figli che devono spiegare quello che va fatto e come va fatto. Diventano così bambini potenti e fragili, potenti perché sono quelli che sanno, fragili perché la madre ed il padre non possono più aiutarli. Nella scuola si verifica anche un’altra cosa che mette molto in imbarazzo tutte le persone coinvolte: nel caso di un bambino con problemi di apprendimento l’insegnante deve, attraverso di lui, parlare ai genitori senza poter in nessun modo verificare come viene passato il messaggio. Il genitore dall’espressione del docente può capire che ciò che viene trasmesso è grave ed importante ma non è detto che il figlio voglio o possa trasmettere in modo corretto l’informazione.

  • Alcuni bambini, invece, sembrano abbandonati. I genitori li mandano a scuola perché devono, ma se ne disinteressano perché hanno lavori gravosi che li portano tante ore fuori casa, perché non capiscono l’importanza dell’esperienza che vive il bambino, perché si sentono inadeguati e quindi fuggono.

  • Altri bambini proprio per la situazione d’immigrazione, sono ostaggi dei propri genitori che creano intorno a loro una barriera di gelosa protezione verso un mondo esterno che sentono ostile e pericoloso. I figli non vanno a giocare a casa dei compagni, non partecipano alle gite scolastiche, non vanno ai compleanni. Vivono una situazione di diversità sottolineata dalle famiglie che temono in un primo momento che il figlio sia in pericolo ed in un secondo momento che si allontani.

  • Poi ci sono i bambini che vivono vite parallele, a casa ritornano nel proprio paese d’origine, parlano la lingua d’origine, imparano a leggere e scrivere nella propria lingua. Quando questo avviene dopo un confronto con gli insegnanti diventa una ricchezza per tutta la classe, quando rimane un segreto privato può creare delle interferenze negli apprendimenti. Il bambino che in prima elementare deve imparare i caratteri latini e quelli arabi contemporaneamente può vivere una profonda confusione.

  • I bambini che inseguono, sono quei bambini che cercano di prendere le caratteristiche esteriori, parlata, abbigliamento ecc. dei propri compagni. Il desiderio d’integrarsi li porta a cancellare tutto ciò che appartiene alla propria famiglia d’origine per imitare i compagni. Indossano una maschera per sentirsi accettati, parte del gruppo.

  • Ad alcuni bambini i genitori chiedono esplicitamente o implicitamente di essere dei campioni per compensare le perdite e le frustrazioni delle famiglie d’origine. Quindi ricevono una forte spinta al successo come chiave d’ingresso nella cultura ospitante e/o l’approvazione della comunità residente di appartenenza. Il successo però non equivale all’integrazione.

  • I coloni sono quei bambini, a Prato e Campi sono cinesi, che vivono in classe formando una comunità autonoma che limita l’accesso agli altri e custodisce al proprio interno le consuetudini della cultura di appartenenza.

  • I bambini privati di radici. Sono quelli a cui la cui famiglia, per favorirne l’integrazione o per chiudere con ricordi troppo dolorosi, non trasmette la cultura del paese d’origine. Sono bambini che spesso non conoscono la lingua della propria famiglia perché i genitori hanno cercato di favorire il loro inserimento parlando loro solo italiano, lingua che spesso conoscono solo in maniera elementare; finiscono così per non avere alcuna lingua adatta ad esprimere pensieri ed emozioni. Oggi per fortuna siamo consapevoli dell’importanza della lingua madre come strumento per la costruzione delle basi utili agli apprendimenti futuri, che si tratti del ritmo, dei legami logici o altro ancora.

  • I ricongiunti: quei bambini cresciuti con i parenti nel paese d’origine che finalmente si ricongiungono con i genitori nel paese d’immigrazione. Tornano da una madre che non conoscono in un paese che non conoscono. La madre che ha lavorato a lungo per mantenerli in patria, che ha risparmiato per farli venire in Italia, si aspetta affetto e gratitudine. Per il bambino è una sconosciuta che lo porta via dagli affetti con cui è cresciuto/a, la nonna , la zia, e pretende in cambio amore ed aiuto. Quando l’incontro non funziona i bambini diventano problematici o vengono rimandati indietro.

Un elemento che si nota di frequente è il bisogno del bambino di fare una scelta di appartenenza, per lui spesso è difficile sentire di appartenere in due luoghi e i motivi dellimmigrazione fanno la differenza. I rifugiati politici mantengono un forte legame con i paesi di provenienza e dei legami, oltre ad una identità culturale che spesso difendono; chi invece è fuggito per altri motivi, povertà, guerra e miseria ha un rapporto più difficile con il proprio paese dorigine. Ora incontriamo sempre più spesso la seconda generazione e cioè bambini che sono nati in Italia. Il loro desiderio di appartenere al contesto in cui sono nati è particolarmente forte. Ricordo una bambina vietnamita, unico membro della famiglia che parlava e capiva correttamente litaliano che rifiutava di dire ai compagni le parole usate nella sua lingua, salvo poi di nascosto affidarle solo allamica del cuore. Questa bambina, durante un lavoro sullorigine dei vari membri della classe insisteva a dire con forza che lei era fiorentina. La famiglia come spesso succede si è spostata nuovamente ed è emigrata in Australia dando a Phuang una nuova appartenenza: ora è una vietnamita-fiorentina-australiana.

Uno dei problemi dei bambini immigrati è il contrasto tra lo stare ed il muoversi: da una parte il bambino è fondamentalmente conservatore, cerca stabilità, integrazione, basti pensare quanti piccoli immigrati delle scuole fiorentine toscaneggiano prima ancora di parlare in modo corretto litaliano, dallaltra la famiglia immigrata persegue un progetto migratorio che pur definito negli obiettivi non lo è nel luogo di abitazione. La famiglia migrante non è ancorata ma segue londa delle opportunità di lavoro e di abitazione più favorevoli agganciandosi in maniera piuttosto labile a parentio compaesani. Questo significa che la famiglia facilmente si sposta per cercare occasioni migliori, un luogo da poter chiamare casa. E i bambini? I bambini seguono la famiglia e le sue peregrinazioni accumulando tanti piccoli lutti se sono riusciti ogni volta ad integrarsi.

Crisi dei confini

Siamo in un momento storico in cui è difficile tenere insieme particolarità e universalità, località e globalità, evitando da una parte che il desiderio di andare verso luniversalità porti ad una omologazione con la scomparsa di aspetti importanti portati appunto dalla diversità delle culture, dallaltra l’”ossessione identitariache porta a conflitti, chiusura, discriminazione.

Il pregiudizio si acquisisce nei luoghi formali ed informali ed è nella famiglia che il bambino interiorizza valori, atteggiamenti sociali di simpatia o ostilità nei confronti degli altri.

Tutte le culture hanno aspetti creativi ed aspetti conservativi, conoscere, rafforzare la propria conoscenze delle caratteristiche della propria cultura ci permette di aprirci alle altre. Bisogna appartenere per potersi separare. Linsicurezza e linstabilità portano alla chiusura.

Capire chi siamo quali sono i quadri culturali a cui facciamo riferimento ci permette di accogliere le differenze.

Ascolto degli altri, ascolto di sé. Le storie degli altri evocano le nostre e queste ci permettono di conoscere meglio noi stessi e gli altri. Eun lavoro che attraverso lapertura alle storie degli altri ci permette di capire la nostra.

Un grande ostacolo nellaccoglienza sono gli impliciti culturali. Tutto quello che diamo per scontato, dal modo di comportarsi in classe alle regole della vita comune. Di fronte allaltro questo va negoziato nuovamente.

Quali paure

Nel migrante e nella sua famiglia

Nel gruppo che accoglie

  • Di essere emarginato

  • Di non capire le consegne

  • Di perdere la propria identità

  • Di fare cose sbagliate per la propria cultura

  • Di essere mandato via

  • Di essere “contaminato” (malattie ecc.

  • Di rimanere indietro con il programma

  • Di essere sfruttato (furti…)

  • Di perdere aspetti importanti della propria cultura

  • Di essere invaso (gli dai una mano e ti prendono il braccio)

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